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Pubblicato il 08/04/2008

E' fissato al 18 aprile un nuovo incontro dei rappresentanti delle associazioni apistiche e di Legambiente con un dirigente del ministero delle Politiche agricole e le Regioni per definire una possibile moratoria dell'uso delle sostanze killer impiegate nella semina dagli agricoltori e che secondo gli addetti ai lavori hanno causato la recente moria negli alveari. "Giuseppe Ambrosio, dirigente del ministero delle Politiche agricole - ha spiegato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, che ha partecipato alla riunione con i manifestanti - ha preso una settimana di tempo per verificare la praticabilità per la sospensione delle molecole killer, per acquisire i dati degli apicoltori e le sentenze del Consiglio di Stato francese", che a suo tempo hanno già definito in Francia la sospensione dell'autorizzazione d'uso di neurotossici e neonicotinoidi su tutte le colture di interesse apistico.
Le Regioni interessate dall'emergenza sono innanzi tutto Piemonte e Lombardia, mentre già alcuni segnasli della moria di api sono presenti in Veneto, Emilia Romagna e Toscana.
OLTRE 40MILA ALVEARI SPOPOLATIE' allarme in Italia per una nuova strage di api, dopo le morie registrate nel 2007 che hanno dimezzato le popolazioni di questi insetti. Ecco il quadro fornito da Legambiente e Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, che oggi hanno manifestato di fronte al ministero delle Politiche agricole a Roma:
- LE CIFRE: per ora la stima è di oltre 40 mila alveari spopolati in contemporanea con le semine di mais nel nord-ovest. Le Regioni prevalentemente colpite sono Piemonte e Lombardia mentre segnali di morie di api si registrano in Veneto, Emilia Romagna, Toscana e in generale nelle Regioni del centro-nord;
- LE SOSTANZE INCRIMINATE: sotto accusa sono neurotossici e neonicotinoidi di seconda generazione, prodotti dai colossi della chimica. Sparsi nell'ambiente durante la semina, questi nuovi insetticidi contaminano la rugiada e la fioritura circostante. Secondo gli apicoltori anche in dosi infinitesimali queste molecole neurotossiche uccidono gli insetti con cui entrano in contatto, fino a chilometri di distanza dai campi di semina;
- IL PRECEDENTE FRANCESE: in Francia l'autorizzazione d'uso di queste sostanze, è stata sospesa su tutte le colture di interesse apistico. Il ministero delle Politiche agricole, in vista della prossima riunione con Regioni, apicoltori e Legambiente, acquisirà come informazione anche le sentenze del Consiglio di Stato francese in materia;- USO: l'Italia all'interno della Ue utilizza il 33% degli insetticidi impiegati, contro un 10% di terra coltivata all' interno della Ue.
COLDIRETTI, FARE CHIAREZZA SU CAUSE STRAGE Oltre un terzo delle coltivazioni è impollinato attraverso il lavoro di insetti, e le api concorrono per l'80%. E' quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che occorre fare al più presto chiarezza sulle cause che stanno provocando una vera strage delle api, con una riduzione dal 30 al 50% del patrimonio apistico nazionale, mettendo a rischio, oltre al miele, l'equilibrio naturale globale con effetti sulla salute e l'alimentazione. Mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, albicocche, susine, meloni, angurie, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza - spiega la Coldiretti - dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Così pure la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l'aglio, la carota, i cavoli e la cipolla si possono riprodurre grazie alle api. Nel 2007 - precisa la Coldiretti - la perdita in Italia di 200mila alveari ha provocato un danno economico per la mancata impollinazione pari a 250 milioni di Euro. Secondo stime, la produzione totale di miele in Italia nel 2007 è stata - conclude la Coldiretti - attorno alle 10mila tonnellate grazie a circa un milione di alveari, gestiti dai 7.500 apicoltori "professionisti" e moltissimi hobbisti, che hanno totalizzato un fatturato stimato in circa 25 milioni di euro.
PROTESTA LEGAMBIENTE E UNAAPI "Basta veleni nei terreni": questo lo slogan a suon di tamburi di circa 200 apicoltori e di rappresentanti di Legambiente riuniti in una protesta oggi a Roma di fronte al Ministero delle Politiche agricole. L'allarme lanciato dalla manifestazione riguarda la recente strage di api che per ora è stimata in oltre 40 mila alveari spopolati in contemporanea con le semine del mais nel nord-ovest. Un fenomeno che secondo gli addetti al settore è legato all'uso di insetticidi, neonicotinoidi, usati per la concia dei semi che hanno effetti drammatici sugli insetti impollinatori. Una delegazione di otto apicoltori, guidata da Francesco Panella, presidente di Unaapi, Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, è entrata dell'edificio di via XX Settembre per essere ricevuta da Giuseppe Ambrosio, capo Dipartimento per le Politiche di sviluppo economico e rurale del Ministero delle Politiche agricole.
Legambiente e Unaapi sottolineano la necessità di un monitoraggio sistematico dello stato degli allevamenti di api con il pieno coinvolgimento dell'associazionismo apistico. Tre le richieste al governo: dare ascolto all'allarme lanciato dagli apicoltori italiani e prendere atto della moria delle api e di tutti gli insetti utili; sospendere d'urgenza l'autorizzazione d'uso delle sostanze neonicotinoidi e/o ad azione neurotossica sistemica; aggiornare, sia in Italia, sia nella Ue, anche in campo agricolo le procedure per una vera ed efficace valutazione di impatto ambientale delle sostanze chimiche immesse nell'ambiente.
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Pubblicato il 25/03/2008

Piccoli, grandi, tondi, stretti, larghi, allungati, ovali e altro, i frutti della terra rappresentano una delle più compiute realizzazioni della immensa varietà della natura: oggi, grazie ad una ricerca compiuta da scienziati dell'Università dell'Ohio, è stato fatto un primo importante passo nell'individuare la base genetica che permette e controlla questa ricchezza di forme. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista 'Science'. La ricerca si è incentrata sui pomodori, ma è possibile che i risultati emersi possano coinvolgere anche altri frutti e ortaggi: "i pomodori sono il modello di riferimento nel nuovo campo di studi sulla morfologia dei frutti - ha spiegato il direttore della ricerca, Esther van der Knaap -. Stiamo cercando di capire quali geni siano alla base delle profonde mutazioni avvenute nella forma e dimensione dei pomodori da quando sono stati addomesticati. Una volta che individueremo tutti gli elementi coinvolti in questo processo di diversificazione potremo capire globalmente come si determina una forma piuttosto che un'altra".
In principio era infatti selvatico, piccolo e tondo. Oggi il pomodoro rappresenta proprio uno degli ortaggi più vari per dimensione e per forma. E uno dei maggiori responsabili di questa varietà sembra essere 'Sun 1642', gene che prende il nome dalla varietà coltivata in cui è stato trovato. I ricercatori, dopo aver individuato il gene, hanno compiuto diversi esperimenti per dimostrare praticamente le sue responsabilità: così lo hanno introdotto in piante di pomodoro selvatico i cui frutti da piccoli e tondi hanno assunto un forma molto allungata.
Al contrario, piante naturalmente allungate sono diventate tonde nel momento in cui "Sun" è stato reso inattivo. Resta ora da capire se per gli altri ortaggi o frutti le cose funzionino esattamente così. Insomma siamo anni luce dai 'poveri' meloni e cocomeri giapponesi compressi in appositi contenitori per modificarne la forma, e anche se si tratta solo di un primo passo la scoperta può avere interessanti ripercussioni economiche oltre che teoriche. Anche la ricerca non si esaurisce qui: il gruppo ha scoperto che la sovraespressione di 'Sun' è causata dai retrotrasposoni, frammenti di Dna capaci di replicarsi in diverse posizioni all'interno del genoma. Secondo gli autori dello studio, i retrotrasposoni potrebbero quindi rivelarsi una forza trainante nell'evoluzione del genoma e nella duplicazione dei geni delle piante.
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Pubblicato il 25/03/2008

La bocca è lo specchio della salute del nostro corpo, 'spiare' cosa c'é al suo interno è come puntare una lente di ingrandimento su di noi: servirà a questo il 'censimento' dei microbi presenti nel cavo orale, circa 600 gli ospiti della bocca riconosciuti finora, ognuno di noi ne porta nella propria una 'rappresentanza' di circa un terzo. Realizzato da ricercatori del Forsyth Institute di Boston e del Kings College di Londra, il database, 'Human Oral Microbiome', molto informativo e pubblicamente accessibile al sito www.homd.org, è un progetto in fieri che continuerà per altri tre anni e sarà esteso alla scoperta dei microcosmi di pelle, intestino e vagina.
"Un lavoro ottimo con molte ricadute positive non solo per gli specialisti che curano le malattie del cavo orale - ha commentato la notizia il professor Roberto Deli, Dirigente Medico responsabile di Struttura Complessa Ortognatodonzia (UOC) - ma per la medicina in generale; conoscere la flora batterica presente nella nostra bocca dà infinite informazioni su ogni parte del corpo e può essere campanello dall'allarme per molte malattie, dall'intossicazione da tabagismo fino a malattie del fegato, problemi ormonali, e davvero molto altro". Nella bocca, come sulle altre mucose, vive in simbiosi con noi una serie di microrganismi batterici. Alcuni sono fisiologici, cioé fanno del nostro corpo la loro casa 'pagando un regolare affitto', ovvero dandoci in cambio un contributo per il corretto funzionamento dell'organismo; per esempio nell'intestino molti batteri ci aiutano a digerire. Altri invece hanno 'occupato abusivamente' le mucose e la loro presenza fa solo danni. Gli esperti hanno messo a punto una banca dati con la descrizione completa dei batteri presenti nella bocca umana, molti rappresentano la normale flora batterica, alcuni sono invece campanello d'allarme di malattie non solo orali, ma di tutto l'organismo, ha spiegato Floyd Dewhirst, tra coloro che conducono i lavori. Il database contiene moltissime informazioni: oltre alla descrizione completa dei batteri 'censiti' nel cavo orale, il loro metabolismo, la loro abilità a causare malattie, informazioni genetiche e anche la mappa del loro DNA, qualora il genoma sia già stato sequenziato. Gli esperti al momento stanno analizzando i possibili legami tra un certo 'microcosmo' orale e malattie quali infarto e ictus.
"E' un ottimo lavoro - ha ribadito Deli - anche dal punto di vista statistico conoscere la composizione della flora batterica del cavo orale è informativo. Per esempio, ha spiegato, nel fumatore ci aspettiamo un certo tipo di flora batterica, la cui presenza può essere tra l'altro ricollegabile ad intossicazione da tabagismo e anche a rischio cancro". Così nei bevitori di alcolici la bocca ospiterà batteri differenti, e anche questo può dire molto sulla salute. Inoltre la mucosa orale e quindi la flora della bocca, ha aggiunto Deli, rispondono agli ormoni sessuali, per cui per esempio il cavo orale può divenire specchio di disfunzioni ormonali. E ancora, cambiamenti della flora batterica sono associati a iperglicemia, indicativa di gravi malattie metaboliche, problemi epatici (per es. intossicazione da farmaci). E poi ovviamente la salute dei denti: molti batteri (S. mutans e spirochete) sono causa diretta di carie e parodontopatie. E' proprio un'alterazione della flora che determina queste malattie, quindi conoscerla è un aiuto enorme per ideare nuove terapie. "Speriamo che questo database serva come modello per realizzarne di analoghi per pelle, intestino e vagina", ha concluso Dewhirst.
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Pubblicato il 24/03/2008

ROMA - Voleva arrivare in cima al mondo ma il riscaldamento globale lo ha fermato mettendo tra lui e l' obiettivo una "strada" di acqua gelida anziché di ghiaccio su cui poter camminare. Un italiano ha sfidato l'estremo del Polo Nord per toccare con mano cosa significa effetto serra. E il test, purtroppo, gli ha dato ragione. Trenta giorni tra i ghiacci, nelle tormente, in mezzo agli orsi polari, con gli Inuit, due principi di congelamento: Luca Bracali, 43 anni il prossimo 12 aprile, di Pistoia, moglie e due figlie, Sara di 20 e Sofia di 9, documentarista e capo-progetto, è in viaggio dal 28 febbraio, prima in Canada poi in Alaska. Il 3 aprile è previsto il suo ritorno.
"A parte le emozioni del viaggio, l' avvistamento degli orsi polari, le aurore boreali, l'incontro con gli eschimesi nelle regioni più remote - ha raccontato Luca Bracali all'ANSA tracciando un bilancio della sua avventura - a Wales, a poche centinaia di chilometri da Kivalina (l'isola che ha denunciato le grandi compagnie petrolifere per l'inquinamento ambientale e che rischia di scomparire in 15 anni) si è interrotta la mia avventura polare: ovvero raggiungere attraverso lo stretto di Bering la piccola Diomede, una specie di scoglio abitato da 150 eschimesi Inupiak che giace sulla linea di cambiamento di data".
Arrivati lì "ci siamo accorti con la guida che le condizioni del pack erano instabili e precarie e la superficie impercorribile. Non c'era più continuità di ghiaccio. E pensare che questo tratto solo una generazione fa, cioé quella del padre della mia guida - ha proseguito Bracali parlando da un telefono satellitare - era un crocevia che si percorreva a piedi o in motoslitta. Oggi serve un anfibio".
"Pensavo di trovare più serenità in quel mondo fatto di bianco e di vita ancora semplice e primitiva e invece - ha affermato Luca - tra gli abitanti di questi luoghi estremi mi sono scontrato con tanta ribellione". In primo luogo per un ambiente violato: "La neve tende ad aumentare ma è una neve fragile e poco resistente tanto che la famosa gara di slitte ha incontrato grossi problemi con i cani che sono andati in surriscaldamento perché mancava la tenuta del terreno. I fiumi - ha testimoniato Bracali - sono diventati trappole mortali per alcune specie come le Alci. E con la loro morte si sta indebolendo la catena alimentare legata a questi animali. Per non parlare del re dei ghiacci, l'orso polare, che ha difficoltà a cacciare per via del ghiaccio che si forma più lentamente e quindi si avvicina sempre più ai villaggi in cerca di cibo".
Anche gli Inuit sono costretti a modificare i loro territori di caccia. Certo non è che non faccia freddo: "Il gelo c'é, eccome. Abbiamo trovato anche -53 di minima. Ho rischiato due principi di congelamento, ai piedi e al naso. Ma non è il freddo di qualche anno fa. La media è di -20/-25 e in 10 anni lo sbalzo in alto è stato forte". Una situazione pesante sul fronte effetto serra, inquinamento ed erosione delle coste in un paesaggio che però è ancora in grado di restituire forti emozioni.
"Se dovessi esprimere cosa ho provato - ha detto Bracali - mi definirei inebriato dal suono del silenzio e rapito nell'anima. Le aurore boreali sono ancora intatte con la loro magia di luci nel cielo. Trovarsi di fronte a una mamma orso con i suoi cuccioli e assistere a uno scambio di tenerezza difficile da scovare anche negli esseri umani è commovente".
Ora il viaggio è quasi al termine. Si torna indietro. Il progetto, Artic sun on my path (dal titolo dal libro di uno dei più celebri esploratori polari del nostro secolo, Will Knutsen) é stato ideato e sviluppato in tre anni di lavoro. La prima tappa è stata il Canada Artico per seguire l'uscita degli orsi polari dalle tane con i loro cuccioli. Quindi l'Alaska con l' Iditarod, la mitica corsa con i cani da slitta, poi il mare ghiacciato di Bering con soste nel deserto artico all'interno di igloo per arrivare poi alle latitudini più estreme, Kaktovik e Barrow.
Infine il sud dell'Alaska, ad Homer, per incontrare la signora delle aquile, una 82enne che sfama ed accudisce ogni inverno 200/300 aquile selvagge. Quindi il ritorno in Italia. Bracali è accompagnato da due cameraman, Fabrizio Antonelli e Diego Nicoletti, mentre capo della logistica è Jim Trombley. Lo staff è stato seguito passo passo con un terminale satellitare. Ma per Bracali, che ha visitato 115 paesi, non è finita. La sua prossima avventura sul Gange, in India, a maggio.
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Pubblicato il 24/03/2008

Saranno oltre 16 milioni le coppie di rondini, in enormi stormi provenienti dall'Africa, che si preparano a nidificare in Europa, dopo un viaggio lungo fino a 11mila km dove percorrono fino a 322 km al giorno. In Italia le prime rondini sono state avvistate in Sicilia, Toscana e Lazio già ai primi di marzo, in anticipo di circa 15 giorni rispetto al solito, come nel 2007.
E nel Belpaese le coppie di questi animali che nidificano sono tra le 500mila e il milione, sparse un po' su tutto il territorio. Lo annuncia la Lipu, la Lega italiana protezione uccelli in un dossier dedicato alla migrazione di decine di milioni di uccelli in movimento verso l'Europa. A detenere però il record del viaggio più lungo è la Sterna codalunga o artica, che nidifica lungo le coste europee e americane e migra, attraverso il circolo polare antartico, dalla parte opposta della terra percorrendo tra andata e ritorno 30mila km. Le rondini, che viaggiano di giorno a livello del suolo sfiorando il terreno, con una velocità massima di 32 km orari. Questi animali costituiscono comunque un'eccezione rispetto alla regola, visto che tra le specie migratrici europee solo un quarto viaggia prevalentemente di giorno e tre quarti vola (almeno una parte della distanza) di notte a varie altezze. Da qualche centinaio di metri fino a duemila metri (7mila l'altezza massima toccata) per i passeriformi, ai viaggi tra i 2mila e i 4mila metri dei caradriformi (come i pivieri).
Di notte volano preferibilmente anche beccafichi, tordi e quaglie, mentre di giorno lo storno, la rondine, il fringuello, i rapaci e le cicogne. Volendo riconoscerla, la rondine in particolare si trova facilmente, per via della biforcazione della coda e della gola rossa. Gran parte di quelle che arrivano in Italia, spiega la Lipu, provengono dai dormitori della Nigeria, in particolare da quello di Ebbaken, mentre le rondini dirette in Scandinavia e in Europa del Nord provengono dal Sudafrica. Specie in declino in molti Paesi europei, la rondine predilige la campagna aperta e coltivata con fattorie, praterie e laghetti. Costruisce un nido in fango e paglia, in genere sotto le grondaie. La rondine nel nostro Paese non arriva sola, ma in buona compagnia. In generale, in Italia, sono presenti 357 specie migratrici e 248 nidificanti, mentre quelle che passano soltanto l'inverno sono 295 e quelle stanziali o sedentarie 143.
Le più importanti specie in migrazione primaverile, oltre alla rondine, sono il falco pecchiaiolo, il biancone, la quaglia e il cuculo. Considerando le quattro specie simbolo della primavera scelte dalla Lipu per la sua Festa di primavera di Pasquetta, cioé rondine, cuculo, rondone e cicogna bianca, tutti provenienti dall'Africa, saranno oltre 27 milioni le coppie di uccelli che in Europa si apprestano a costruire il nido e allevare i piccoli. Le più numerose le rondini, con 16 milioni di coppie, a cui si aggiungono oltre 4 milioni di coppie di cuculo, oltre 7 milioni di coppie di rondoni e circa 100mila coppie di cicogna bianca. Quest'ultima giunge in Europa attraverso due rotte: quella che dall'Africa dell'Est o dal Sudafrica la porta - attraverso il Nilo - in Medio Oriente e poi in Turchia; l'altra che dall'Africa del Nord la porta in Europa occidentale attraverso lo Stretto di Gibilterra. Le abilità dei migratori non vanno sottovalutate, specie se il tempo è favorevole: gli uccelli infatti possono oltrepassare il Mar baltico e il Mar Mediterraneo a notevoli altitudini in meno di 20 ore. E nel mondo, ricorda la Lipu, i falaropi di Wilson volano dalla California al Cile senza fermarsi per 7mila km, mentre in autunno i piovanelli maggiori, le pittime reali, le pittime minori e i pivieri orientali volano dalla Nuova Zelanda alla Cina coprendo 7.500 km in sole 100 ore.
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Pubblicato il 21/03/2008

ROMA - Sotto la superficie ghiacciata e i laghi di metano, la più grande luna di Saturno, Titano, nasconde un oceano di acqua liquida. Aumentano così nel Sistema Solare i mondi ricchi di acqua e potenzialmente capaci di ospitare i mattoni della vita. La scoperta, pubblicata su Science, si deve a due strumenti italiani attivi sulla sonda Cassini, frutto della collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi). "Abbiamo un altro corpo del Sistema Solare con un oceano sotto la superficie, come Europa ed Encelado. Se su Titano c'é acqua, è importante studiarlo per capire se ci sono le condizioni di base per la formazione di molecole organiche", osserva il responsabile per l'Asi dell'Unità di esplorazione del Sistema solare, Enrico Flamini. Nascosto com'é nel sottosuolo, l'oceano che fa da cuscinetto tra la crosta ghiacciata e il nucleo di Titano non è stato osservato direttamente. A fornire gli indizi della sua esistenza sono stati il radar ad apertura sintetica, realizzato dalla Thales Alenia Space per l'Asi, e l'esperimento Radio Science. Per l'Italia i dati sono stati analizzati, indipendentemente, da Paolo Persi del Marmo e da Luciano Iess, entrambi dell'università di Roma La Sapienza. I risultati analizzati in Italia sono poi stati confrontati con quelli ottenuti dagli esperti del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. L'oceano sotterraneo, composto per il 99% di acqua e da quantità minime di metano e ammoniaca, è stato scoperto analizzando i dati su rotazione e campo gravitazionale.
"Titano - dice Persi Del Marmo - gira su se stesso molto più lentamente della Terra: un giorno dura circa 16 giorni terrestri. Se il suo interno fosse costituito interamente da rocce e ghiaccio, Titano avrebbe dovuto comportarsi come la Luna: il suo periodo di rotazione avrebbe dovuto essere esattamente uguale al periodo di rivoluzione attorno a Saturno". Invece Titano ruota più velocemente intorno al proprio asse e ha giornate più brevi. Piccole discrepanze, la cui unica spiegazione possibile è che la struttura interna sia formata da uno strato ghiacciato, separato dal nucleo roccioso da uno strato liquido che ricopre l'intero satellite. Alla stessa conclusione hanno portato i dati sull'azione dei venti stagionali. Se Titano fosse interamente solido, l'effetto sarebbe impercettibile, ma se la superficie ghiacciata galleggia su un oceano i venti possono spostarla con maggiore efficacia. "Con un'analogia semplice - spiega Iess - se si spinge un cancello molto pesante si produce una rotazione lenta, mentre esercitando la stessa spinta su un cancello leggero è assai più facile metterlo in movimento". E' l'ennesimo risultato scientifico ottenuto negli 11 anni della missione Cassini, che avrebbe dovuto concludersi nel prossimo luglio. "Fortunatamente - dice Flamini - una prima estensione è già stata approvata dalla Nasa, in accordo con Esa e Asi, fino al 2010". Tuttavia l'importanza dei risultati ottenuti finora ha spinto i responsabili scientifici della missione a proporre un'ulteriore estensione fino al 2017, che sarà valutata nei prossimi mesi.
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Pubblicato il 20/03/2008

ROMA - Domani si festeggia l'arrivo della primavera, ma sui banchi del mercato è già possibile acquistare le fave italiane, che tradizionalmente accompagnano le scampagnate del primo maggio. E nella gita di Pasquetta si potranno notare gli anticipi di fioritura delle azalee e mimose, così come quelle di coltivazioni precoci, come il nocciolo e il cipresso anticipate di 15 giorni. Tabella di marcia in anticipo di 10 giorni anche per susino ornamentale e gelso, mentre è di circa 5 giorni quella del melo, pero, pesco, susino albicocco e ciliegio. Il frutteto con fioriture 'impazzite' per i cambiamenti climatici dovuti all'incremento incontrollato dell'effetto-serra é stato esposto presso la sede di Coldiretti, in occasione dell'incontro 'Il clima cambia la primavera. ''A lungo termine sono a rischio tutte le nostre colture di qualità" ha detto il direttore del centro di Bioclimatologia all'università di Firenze Simone Orlandini.
"I vini doc Made in Italy, l'olio e gli ortaggi, sono eccellenti per una peculiare interazione - ha sottolineato Orlandini - tra genotipo e ambiente. Legame che, a lungo termine, si perde per l'eccessiva emissione di gas Co2, metano e ossidi di azoto, di origine antropica, che provocano sbalzi di temperature e meno piogge ma troppo intense per rimpinguare le riserve idriche. Inoltre i ritorni di freddo, come quelli previsti fin dalle prossime festività pasquali mettono a rischio le piante fiorite, quando invece dovrebbero stare a riposo".
L"impazzimentò della natura, ha detto il presidente della Coldiretti Sergio Marini, "sembra essere diventato la norma,con il 2008 che si posiziona al 15/mo posto tra i più caldi degli ultimi 200 anni e fa registrare un calo delle precipitazioni del 27%, sulla base dei dati dell'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Consiglio nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr), rispetto al periodo di riferimento 1961 -1990. Un andamento che conferma la tendenza ai cambiamenti climatici in atto a livello nazionale, con lo scorso inverno 2007 che - precisa la Coldiretti - è passato alla storia come il più caldo dal 1800, con un'anomalia di +2.27°". E, non a caso, per il 47% degli italiani, sulla base dei dati Eurobarometro, gli effetti dei cambiamenti climatici sono la 'principale paura ambientale', più dei terremoti e dei disastri provocati dagli uomini.
"Non é più tempo - ha detto Marini - di monitorare, ma occorre darsi da fare contro il rischio desertificazione, siccità e sconvolgimenti della geografia delle colture nazionali. In Italia - ha segnalato il presidente di Coldiretti - la maggiore produzione di pomodoro non è più al Sud, ma in Emilia Romagna. Mentre tutta l'ortofrutta arriva a maturazione insieme, stravolgendo logistica e prezzi di mercato. Va dunque cambiato l'approccio alla questione climatica e al risparmio idrico perché gli sprechi non sono in agricoltura, ma nelle piogge non raccolte negli invasi e nelle dispersioni della rete idrica. Per sequestrare gli eccessi di Co2 - ha proposto Marini - servono più agricoltura e più vegetazione, anche nei piccoli comuni. Mentre ogni anno vengono persi oltre 120 mila ettari di colture capaci di assorbire (Co2) a vantaggio di altre destinazioni, soprattutto di urbanizzazione e industriali. Va dunque invertita questa tendenza - ha concluso il presidente di Coldiretti - creando nuove aree verdi in città e nei piccoli centri, 'comuni fioriti' più accoglienti e serbatoi anti-smog", come prevede il progetto di Aproflor, Città del vino, Anci e Coldiretti con cartellonistica che invita a visitare 106 Comuni fioriti.
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Pubblicato il 17/03/2008

WASHINGTON - Una cittadina della Florida è tormentata dagli avvoltoi. Con scene che ricordano il celebre film di Alfred Hitchcock "Gli Uccelli" (The Birds), centinaia di avvoltoi si sono insediati nell'area danneggiando tetti, attaccando vetture e riempiendo la città di Bartow (Florida) di escrementi. Le leggi locali impediscono agli abitanti di reagire con efficacia perché la cittadina è stata trasformata negli anni '50 in un rifugio per gli uccelli.
È vietato uccidere gli avvoltoi, intrappolarli o anche maltrattarli. Gli abitanti hanno fatto ricorso ai più svariati mezzi di difesa: alcuni dirigono getti d'acqua contro gli animali, quando si radunano troppo vicini alle loro abitazioni. Altri cercano di spaventarli agitando scope o producendo suoni molesti con tavolette di legno. Il numero degli avvoltoi a Bristow si è moltiplicato negli ultimi due anni. Gli abitanti hanno chiesto alle autorità di cambiare le leggi locali perchè la loro vita è diventata "un film dell'orrore", anche se gli avvoltoi non hanno ancora attaccato direttamente gli esseri umani.
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Pubblicato il 14/03/2008

ROMA - L'impronta della Corrente del Golfo é visibile fino a 11 chilometri di altitudine e coinvolge tutta la troposfera, la fascia dell'atmosfera a contatto con la superficie della Terra, dove innesca fenomeni atmosferici che alterano non solo il clima europeo, ma anche quello globale.
La scoperta, annunciata su Nature, si deve a uno studio coordinato dall'università giapponese di Hokkaido al quale la rivista britannica dedica anche la copertina. Aver fatto luce sull'impatto profondo che la Corrente del Golfo ha sull'atmosfera, secondo gli autori potrà contribuire non solo a comprendere meglio i processi coinvolti nel cambiamento climatico in atto ma anche a mettere a punto più sofisticati e precisi modelli di previsione sui cambiamenti futuri.
Grazie a informazioni satellitari, a dati meteorologici e a modelli di circolazione atmosferica, la ricerca mette per la prima volta a fuoco l'impatto su larga scala di questa potente corrente oceanica che nasce nel Golfo del Messico, dove grandi masse di acqua vengono riscaldate dall'azione dei raggi solari, e funziona come un nastro trasportatore grazie al quale l'acqua calda fluisce attraverso l'Atlantico, raggiungendo e mitigando anche il nord Europa. Se i fenomeni atmosferici azionati da questa corrente a livello locale, come formazioni di cicloni e nuvole, erano già noti, per la prima volta lo studio dimostra che i venti generati dalla Corrente del Golfo fanno salire l'aria calda in zone molto più alte dell'atmosfera rispetto a quanto pensato finora, interessando tutta la troposfera.
Questo fenomeno da un lato dà vita a nubi e a una conseguente stringa di piogge in corrispondenza della corrente, dall'altro porta l'aria calda nella parte più alta della troposfera, fino a 11 chilometri di altezza, generando le cosiddette onde planetarie, movimenti su larga scala dell'atmosfera che possono indurre cambiamenti molto rapidi nella circolazione atmosferica del pianeta alterando il clima dell'Europa ma anche quello mondiale.
La struttura ascendente delle correnti d'aria che si forma a partire dalla superficie marina, spiega lo studio, ricalca la forma serpentinata della Corrente del Golfo. I venti ascendenti, prosegue, soffiano con più forza nei primi chilometri della troposfera ma, anche se più deboli sono chiaramente visibili a sei chilometri di altitudine e ancora distinguibili a 11.
Il risultato, che chiarisce il meccanismo con il quale la corrente del Golfo può influenzare il clima localmente e globalmente, conferma anche che questa corrente è fra i principali motori che guidano la circolazione oceanica globale. Alla luce della scoperta e tenendo conto delle previsioni "secondo cui via via che il surriscaldamento globale aumenterà questo nastro trasportatore rallenterà, le interazioni fra Corrente del Golfo e atmosfera saranno cruciali per la messa a punto di modelli di previsione sui futuri cambiamenti climatici" ha osservato uno degli autori dello studio, Shang Ping Xie dell'università delle Hawaii.
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Pubblicato il 12/03/2008

ROMA - La depressione è un 'pericolo' subdolo che molte volte tesse la sua trappola indisturbata perché non è facile fare la diagnosi e spesso prima di capire la terapia adeguata per il paziente passano mesi di tentativi infruttuosi: in futuro con un semplicissimo prelievo di sangue si potrebbe fare la diagnosi certa e capire già dopo cinque giorni di terapia se i farmaci faranno effetto.
Resa nota sul Journal of Neuroscience, è la promessa di Mark Rasenick dell'Università di Chicago in Illinois dopo la scoperta di un 'segno distintivo' della malattia: la posizione di una molecola importante per rispondere alla serotonina, il messaggero chimico del buon umore. E' la proteina 'Gs alfa' ed é disposta in modo anomalo sulla superficie delle cellule dei pazienti depressi e quindi funziona meno. Gli antidepressivi oggi in uso, spiega Rasenick, agiscono riposizionando correttamente la proteina Gs alfa, permettendole di funzionare meglio.
La proteina Gs alfa, precisa Rasenick in un'intervista registrata in MP3, sulla superficie delle cellule dei pazienti depressi è intrappolata in una 'palude' di molecole appiccicose di grasso e non può compiere bene il suo lavoro, ovvero interagire con la serotonina. La depressione rimane orfana di un test diagnostico preciso. Inoltre per capire se i farmaci somministrati fanno effetto bisogna aspettare un periodo di latenza di uno o anche più mesi, un vero calvario per chi soffre del male di vivere. Un test semplice come quello proposto da Rasenick potrebbe dunque rivoluzionare diagnosi e terapia. Gli esperti Usa hanno prima di tutto confrontato cellule di pazienti depressi e individui sani e notato che G alfa è posizionata nella 'palude' di molecole di grasso solo nei malati. Poi "abbiamo visto in cellule umane in provetta e in ratti che questa proteina posizionata nell"ammassò di molecole di grasso viene spostata nel giro di qualche giorno dai farmaci antidepressivi".
Così spostata G alfa può interagire meglio con la serotonina. In futuro la sua posizione potrà essere analizzata direttamente nelle cellule del sangue: "potremmo mettere a punto un test - conclude - eseguibile in un semplice laboratorio per fare diagnosi e vedere subito, senza dover attendere mesi come ora, se i farmaci prescritti faranno effetto".
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Pubblicato il 11/03/2008

MILANO - Se la silhouette delle donne da sogno è a forma di pera, con i fianchi un po' più pronunciati e la vita stretta, per le italiane le cose iniziano a cambiare: il profilo delle donne in sovrappeso diventa sempre più 'a mela', cioé con un accumulo di grasso a livello dell'addome. Che, anche se non è evidente come l'obesità, mette comunque a rischio il cuore.
E' quanto è emerso da un'indagine presentata a Milano e condotta dall' Osservatorio Grana Padano in collaborazione con pediatri (Fimp) e medici di famiglia (Simg). A superare il limite di girovita consigliato, spiegano gli esperti, è il 35% delle donne tra i 20 e i 49 anni e il 49% delle donne over 50. "Una volta raggiunto lo stato di obesità - ha detto Maria Letizia Petroni, responsabile di nutrizione clinica dell'Istituto auxologico italiano di Piancavallo (Verbania) - la grande maggioranza delle donne (fino al 100% nelle donne obese ultra-cinquantenni) presenta valori di circonferenza addominale superiori al limite di rischio cardiovascolare, anche se la distribuzione del grasso è prevalentemente 'a pera'. Inoltre, soprattutto per il sesso femminile, c'é nel 13% dei casi quella che potremmo chiamare 'obesita' normopesò: in altre parole, non poche donne tranquillizzate dall'avere un peso normale sulla base dell' indice di massa corporea sono, senza rendersene conto, ad aumentato rischio cardiovascolare".
Per gli esperti, questi problemi arrivano a causa di un' alimentazione poco bilanciata, dal persistere di cattive abitudini come fumo e alcool, e dalla poca attività fisica. Non é allora un caso se "la sedentarietà, già prevalente nelle prime decadi, peggiora ulteriormente dai 50 anni in poi - conclude l'indagine - e la tendenza alla sedentarietà peggiora nel sesso femminile a tutte le età".
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Pubblicato il 11/03/2008
di Luciano Clerico WASHINGTON - Alla fine sarà una sorta di consunzione lenta, come una "morte vaporosa". Così morirà il pianeta Terra, e accadrà esattamente tra 7,59 miliardi di anni. A questa conclusione è arrivato uno studio, che sta per essere pubblicato sull' inglese Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, condotto dai due astronomi Klaus Peter Schroeder e Robert Connon Smith e anticipato sulle pagine scientifiche del New York Times.
La Terra, conclude lo studio basandosi su un nuovo metodo di calcolo, morirà risucchiata da un sole divenuto nel frattempo sempre più grande, un sole gigante le cui dimensioni saranno 256 volte le attuali, un solo rosso e congestionato che porterà inesorabilmente il pianeta Terra fuori della sua orbita, condannandolo alla fine. Una fine che non prevede implosioni o esplosioni, ma una lenta, inesorabile 'cottura' del pianeta o, per essere più precisi, una "morte vaporosa". "E' una scoperta un po' deludente" ha commentato il professor Smith, docente di astrofisica alla University of Sussex, "ma la possiamo sempre mettere in questo modo: può essere uno stimolo per l'umanità per cercare il sistema per lasciare il pianeta e colonizzare altre aree nella galassia".
Detto questo - ha ammonito l'astrofisico - è bene ricordare che l'impatto dell' India con il continente asiatico che ha dato vita alla catena dell'Himalaya risale a una sessantina di milioni di anni fa. "Un battito di ciglia se paragonato ai miliardi di anni di cui stiamo parlando". Lo studio si è basato su nuovi sistemi di calcolo messi a punto da Schroeder e da Manfred Cuntz, della University of Texas. Grazie ad essi si è per così dire "ricalcolato" la attuale massa solare e quanto di essa si perderà nel tempo in seguito alla espansione del sole fondata su questa teoria: tra 5,5 miliardi di anni il sole sarà almeno 10 volte più luminoso di quanto non lo sia oggi, ma più leggero.
Perché si calcola che proprio per quel periodo terminerà il suo 'carburante', cioé l'idrogeno del suo nucleo e per questo motivo comincerà ad alimentarsi con l'idrogeno dei suoi raggi. Questo comporterà una espansione gassosa di incredibili proporzioni. Mentre il nucleo si contrarrà, riducendo la massa, i raggi esterni si espanderanno fino a trasformare l'attuale motore del sistema solare in un gigante rosso 250 volte più grande di oggi. Sarà questa trasformazione a portare alla morte l'intero sistema solare. Terra compresa, naturalmente, che, uscendo dalla sua orbita, tra 7,59 miliardi di anni precipiterà verso una "morte vaporosa" tanto lenta quanto inesorabile.
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Pubblicato il 11/03/2008

L'odore di qualcosa di molto appetitoso e stuzzicante non solo ci fa muovere la lingua e i denti, ma anche le mani. Uno studio italiano, condotto da ricercatori di Siena, Roma e Ferrara, e pubblicato sulla rivista Plos One, dimostra infatti che annusando l'odore di cibi e alimenti, vengono attivati dal cervello alcuni gruppi di neuroni necessari a compiere il movimento di presa. "Il semplice odore del cibo - spiega Simone Rossi, coordinatore della ricerca - è in grado di attivare, in particolari condizioni, delle vere e proprie strategie di movimento finalizzate alla presa dell'oggetto annusato, ma solo se questo è un alimento". Non si hanno infatti gli stessi effetti con un panino di sapone. Anzi, se l'odore contiene aromi che attivano anche i recettori trigeminali (in quanto ricchi di qualche sostanza irritante come i deodoranti), deputati anche alla percezione del dolore, il sistema motorio viene addirittura inibito.
Le implicazioni di tale scoperta possono essere utili in ambito diagnostico e riabilitativo. I ricercatori infatti ne stanno studiando le applicazioni in pazienti con diversi disturbi dell'olfatto, come i parkinsoniani e gli anosmici, ed in pazienti con disturbi psichiatrici dell'alimentazione, quali bulimia e iperfagia. Anche le persone con paresi non completa della mano potrebbero trarre beneficio da trattamenti riabilitativi con un rinforzo olfattivo durante la presa.
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Pubblicato il 08/03/2008

ROMA - Una bella corsa fa bene al corpo, ma ancora di più allo spirito. L'osservazione, comune ad atleti professionisti e amatori, che l'attività fisica genera una sensazione di benessere e di euforia, è stata infatti confermata da uno studio tedesco. Secondo i ricercatori, che hanno pubblicato la loro scoperta sulla rivista Cerebral Cortex, il cervello produce durante la corsa una grande quantità di endorfine, le 'droghe naturali' dell'organismo. Lo stato di euforia dovuto alla corsa ha guadagnato anche la definizione comune di 'runners high', ed è stato osservato da molto tempo, anche se sulla sua origine ci sono teorie diverse. La più accreditata, cioè che sia dovuto alla secrezione di endorfine, non era ancora stata verificata sperimentalmente. I ricercatori dell'università di Monaco e di quella di Bonn hanno 'fotografato' il cervello di dieci atleti professionisti prima e dopo due ore di corsa con la tomografia ad emissione di positroni (Pet), andando a controllare i recettori degli oppioidi, quelli cioè che vengono attivati quando il corpo produce endorfine, ma anche quando assume oppioidi dall'esterno. Il risultato è stato che effettivamente i recettori dopo la corsa sono 'occupati' da queste sostanze, molto simili strutturalmente agli oppioidi sintetici usati ad esempio nella terapia del dolore. ''Per la prima volta abbiamo correlato endorfine e 'runners high' - spiega Henning Boecker, che ha coordinato lo studio, alla rivista Sciencedaily - e abbiamo notato che le aree del cervello attivate dalla corsa sono localizzate nelle zona prefrontale e limbica dell'encefalo, che hanno un ruolo fondamentale nei processi emozionali''. Secondo i ricercatori lo studio ha implicazioni anche nella terapia del dolore:''Le endorfine sono rilasciate anche nelle aree del cervello che sopprimono il dolore - spiega Thomas Tolle, un altro ricercatore - speriamo che queste immagini facciano capire ai pazienti l'importanza di riuscire a fare dell'attività fisica e li spingano a correre un po'''. Per capire come la corsa influenza anche il processo di produzione del dolore, i ricercatori proseguiranno lo studio con un altro tipo di strumentazione, la risonanza magnetica funzionale, questa volta su persone che provano dolore cronico. ''Siamo molto curiosi di vedere i risultati della nuova ricerca - spiega Boecker - e stiamo già pensando a nuovi test per verificare l'effetto dell'attività fisica su depressione e ansia''.
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Pubblicato il 06/03/2008
È l'obiettivo a cui puntano alcuni scienziati americani

(ANSA)-LONDRA,6 MAR - Una macchina che 'legge' quello che la
mente umana vede, nella realta' ma anche nei sogni: è
quello a cui puntano alcuni scienziati americani. Obiettivo,
la creazione di un oggetto che in futuro potrebbe consentire
la lettura del pensiero. Secondo la rivista Nature,
un'equipe dell'università della California a Berkeley ha
osservato le reazioni cerebrali, collegando i modelli di
attività del cervello a quello che viene recepito dalla
zona posteriore, dove risiede il senso della vista.